uno spazio cosi esiguo, il vescovo stesso abbia escogitato l’espediente dello sdoppiamento del mistero con la soluzione abbastanza geniale delle due cappellette
contigue.
Tuttavia già nello stesso anno tale piano risulta superato con un’idea più
grandiosa nella veduta xilografica di Varallo e del Sacro Monte, intagliata da
Gioacchino Teodorico Coriolano e conservata al Museo del Paesaggio di Pallanza. In essa infatti, dopo l’Ultima cena e l’Orazione nell’orto, che risultano
fantasiosamente unite in un unico edificio, compare già un po’ discosta, sulla
stessa Piazza Maggiore, un tempietto, volto verso mezzogiorno, con ampio atrio
sormontato da un’arcata, per i Tre discepoli dormienti.
È in sostanza, nonostante la sommarietà propria di una xilografia, la soluzione adottata poi nella realtà non molto dopo, se trascorsi solo sei anni, nel 1612
come si vedrà verrà dia dato l’incarico a Melchiorre D’Enrico di affrescare l’interno della nuova cappella.
Tuttavia nel disegno preparatorio per la progettazione di tutto il complesso
della parte alta del Monte, steso da Giovanni D’Enrico probabilmente attorno
al 1609, la cappella è raffigurata con la facciata rivolta verso levante, a differenza
di quella poi realizzata, forse per meglio collegare il mistero con quello precedente di Gesù nell’orto. Mentre invece appare, già preceduta, come sarà poi in
realtà, da un atrio sorretto da due gruppi di colonne binate.
Bisogna quindi dedurre che la costruzione deve essere posteriore, non solo
alla lettera del Bascapè del 16 aprile 1606 ed alla xilografia del Coriolano, ma
anche al disegno planimetrico di Giovanni D’Enrico, e che di conseguenza deve
esser stata eretta tra il 1609 ed il 1612, con l’orientamento modificato, cioè con
la facciata rivolta verso mezzogiorno, ossia verso la Piazza Maggiore, come già
era immaginato nella citata xilografia del Coriolano.
La nuova cappella si trovava in posizione leggermente arretrata rispetto a
quella attuale ed un po’ più elevata in confronto alla piazza, sorgendo già sulle prime pendici del colle del Tabor. Era costituita da un’aula quadrata di discrete dimensioni, preceduta da un atrio un po’ meno elevato e di larghezza leggermente inferiore rispetto al corpo dell’edificio e contraddistinto da un grande
arco centrale sorretto da due gruppi di colonne binate, come avviene in tante
facciate di chiesette ed oratori del tardo Cinquecento e del Seicento in Valsesia.
All’atrio, o pronao, si accedeva attraverso a due brevi scalee poste sui due lati
brevi e non dalla parte anteriore, per superare il dislivello rispetto alla piazza,
facilitando lo scorrimento dei pellegrini da destra a sinistra davanti alla grata
antistante alla scena.
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