Figlio della vedova immediatamente prima di quella del Tabor, pare ovvio che il
testo si riferisca a lei.
È logico quindi pensare che nei 1572 la cappella fosse in fase avanzata di costruzione.
Nessun’altra notizia abbiamo fino al 1583. La guida pubblicata in quell’anno nella parte in prosa dice «Il figliuolo della Vedova resuscitato da N.S. del
quale è fatta la Chiesa». Ma poi nella descrizione in versi si parla invece ancora
dì «una Chiesa comenciata» in cui «vedrassi poi...». Analoga è la situazione
che ci presentano le successive guide del 1585 ed 87. Pare dunque di trovarsi di
fronte ad un evidente contraddizione. In realtà però la parte in prosa, che non
lascia dubbi sull’esistenza dell’edificio, deve esser presa alla lettera, mentre quella in versi con molta probabilità deve volersi riferire non tanto alla costruzione
della cappella, ma alla scena figurata non ancora compiuta. Infatti solo due anni
dopo, nella guida del 1589, nella parte in prosa troviamo «Il figliuol della vedova resuscitato da N.S. di belissimo rilievo. In questa gli à fatto abo(n)da(n)te
elemosina L’ili. Sig. Marchesa di Pianezza». E nella parte in versi è scritto «...in
una chiesa fabricata, vedesi poi...». Mi pare quindi si debba dedurre in modo definitivo che la parte architettonica doveva essere già compiuta almeno dal 1583
e che tra l’87 e l’89 venne eseguita tutta la scena figurata in scultura ed anche in
pittura. Infatti nella sua prima visita al Sacro Monte del settembre 1593, quindi
solo quattro anni dopo, il vescovo di Novara Carlo Bascapè non rileva che vi
manchino gli affreschi ed ordina solo di mutare il vestito del giovane defunto
che era di foggia moderna «et ideo in antiquam formamm restituendum» e di
render più decorose alcune statue.
Per tutto il Seicento ed il Settecento nessun compilatore di guide del Sacro
Monte, neppure il Fassola, ha avanzato il nome degli artisti che modellarono
le sedici statue ed eseguirono gli affreschi. Solo nel 1830 per primo il Bordiga
scrive «L’autore di queste statue potrebbe essere il mentrovato Ravello di Campertogno, sì per l’epoca in cui furono fatte che per il loro stile». Egli stesso poi
attribuirà a Bartolomeo Ravello anche i gruppi scultorei della Resurrezione di
Lazzaro e dell’Entrata in Gerusalemme.
Si tratta dunque di un’attribuzione estremamente tarda e basata su degli indizi molto vaghi. Ma dopo il Bordiga quasi tutti gli altri compilatori di guide,
dal Cusa in avanti, e gli altri scrittori di cose valsesiane (escluso però il Butler)
ne hanno accolto il suggerimento, ora come ipotesi, ora come dato sicuro.
In realtà bisogna precisare che il cognome non deve essere Ravello, come
scrissero il Fassola, il Torrotti, il Cotta ecc..., che non è cognome di Camperto159