RIVISTA CULTURA OLTRE MAGGIO 2026 - N.5 RIVISTA CULTURA OLTRE MAGGIO 2026 - N.5 | Page 31

fa per privilegio paradossale del suo ruolo; il re lo fa per la perdita del suo. Il risultato è lo stesso: la verità prende voce. Da un’ angolatura diversa, questa dinamica risuona con ciò che Franco Basaglia ha mostrato, nei decenni della sua pratica, a proposito della follia come linguaggio. Non la follia come assenza di senso, ma come eccesso di senso— come un dire troppo, un vedere troppo, un modo di stare nella realtà che la realtà normata non riesce a contenere. Il folle, nel suo delirio, non mente: elabora, distorce, amplifica, ma parte sempre da qualcosa di reale che il discorso ordinario ha rimosso. La sua parola è scomoda non perché sia falsa, ma perché tocca ciò che il patto sociale ha deciso di non nominare. In questo senso, il re che impazzisce è il personaggio che porta all’ estremo una condizione che la follia in generale esemplifica: dire l’ indicibile della propria condizione, del proprio mondo, del proprio potere.
C’ è però una differenza fondamentale tra il folle ordinario e il re che impazzisce. Il primo è emarginato prima ancora di parlare: la sua parola viene intercettata e neutralizzata dal dispositivo istituzionale che lo definisce pazzo, e quindi inaffidabile, e quindi inascoltabile. Il secondo porta con sé, nel momento della caduta, tutto il peso simbolico della sua funzione: la corona, la storia, il potere che è stato. La sua follia non può essere immediatamente neutralizzata perché è già stata potere; la sua parola non può essere semplicemente scartata perché viene da chi ha fatto le regole del gioco. Il re pazzo parla, e qualcuno è costretto ad ascoltare, almeno per un momento, almeno con lo stupore di chi non sa ancora come gestire ciò che sente. Questo è forse il nucleo più perturbante della figura: non che il potere crolli, ma che nel crollare produca conoscenza. La follia regia funziona come un negativo fotografico del potere stesso, rivela, per inversione e contrasto, la struttura di ciò che era. Il delirante Lear che cammina nella tempesta ci mostra, con più precisione di qualsiasi analisi politica, la natura del contratto che aveva spezzato, l’ illusione su cui era fondato il suo regno, la violenza che aveva esercitato e subito. Non è una lezione, è qualcosa di più crudo e immediato: è la cosa stessa, senza le mediazioni che il potere costruisce per renderla tollerabile. E qui la letteratura incontra la storia, inevitabilmente.
Non è difficile pensare, leggendo queste figure, ai volti contemporanei del potere che vacilla— le parole sconnesse di chi ha governato a lungo e perde la presa sulla realtà, la retorica che si mangia se stessa, il linguaggio del comando che diventa parodia involontaria di se stesso. Non si tratta di diagnosticare da lontano, esercizio sempre improprio e intellettualmente disonesto. Si tratta di riconoscere che la tradizione letteraria ha elaborato, con la forza propria dell’ immaginazione simbolica, qualcosa che l’ analisi politica fatica a nominare: che il potere porta in sé, strutturalmente, i germi della propria deformazione, e che quei germi emergono a volte nella forma della perdita del senno, non come incidente, ma come rivelazione. La domanda che rimane, alla fine, non è se il re sia davvero pazzo. Questa è una questione clinica e biografica, legittima in altri contesti. La domanda che la letteratura ci consegna è un’ altra: cosa stiamo disposti ad ascoltare, di ciò che la follia del potere rivela? Il fool di Lear sparisce a metà opera, improvvisamente, senza spiegazione.
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