RIVISTA CULTURA OLTRE LUGLIO 2026 - N.7 | Page 43

naco e Frisinga, a redigere a Roma, nel gennaio del 1937, la prima bozza del documento. Uno scritto che venne poi integrato e tradotto in tedesco dal Cardinale Segretario di Stato, Eugenio Pacelli, che mise a disposizione del Pontefice la sua profonda conoscenza della realtà tedesca, maturata negli anni della nunziatura a Monaco e Berlino. Accanto a loro, l’ enciclica trovò un interprete formidabile nel Beato Clemens August von Galen, Vescovo di Münster, che con la sua predicazione avrebbe incarnato lo spirito del documento, denunciando a viso aperto il programma di eutanasia del regime contro i disabili. Per espressa volontà di Papa Ratti, il testo non venne redatto nel tradizionale latino della diplomazia, ma nella lingua dei destinatari. Fu una scelta precisa per superare le barriere della censura del Terzo Reich. Contrabbandata in Germania attraverso la“ valigia diplomatica” e riprodotta clandestinamente da tipografi coraggiosi, l’ enciclica venne letta simultaneamente da migliaia di pulpiti la domenica delle Palme. Alcuni parroci, pur di sottrarre il documento alle perquisizioni della Gestapo prima della lettura, scelsero di custodirlo e nasconderlo persino all’ interno dei tabernacoli. Nonostante le inevitabili conseguenze – dodici tipografie vennero chiuse, numerosi sacerdoti arrestati e furono ripresi i processi pubblici contro i religiosi – il cuore dottrinale della Mit brennender Sorge colpiva al centro l’ ideologia neopagana del nazionalsocialismo. Pio XI condannò fermamente l’ idolatria della razza, del popolo e dello Stato, elevati a norma suprema al di fuori di Dio. Si trattava di una solenne professione di fede: la Chiesa ricordava al mondo che l’ uomo appartiene a Dio e che nessuna autorità terrena può violare i diritti della persona. In questo senso, l’ azione di coordinamento del Cardinale Pacelli fu decisiva: non si limitò alla correzione dei testi, ma protesse la rete di vescovi e sacerdoti che in Germania rischiavano la vita per diffondere il Magistero petrino, dimostrando una totale continuità di vedute con l’ anziano e infermo Pontefice. Questa ferma postura dottrinale non rimase confinata oltre il Brennero, ma guidò l’ azione del Papa anche di fronte alle dolorose deviazioni del fascismo italiano. Quando nel 1938 l’ Italia capitolò di fronte all’ aberrazione delle leggi razziali, Pio XI visse la ferita del Concordato non come una sconfitta politica, ma come un dramma spirituale, tanto che, in privato, il papa avrebbe detto:“ ma perché l’ Italia si è messa disgraziatamente ad imitare la Germania?” Ne è testimonianza un documento di straordinario valore ecclesiale e storico, emerso nel settembre del 2006 con l’ apertura degli archivi vaticani relativi al suo pontificato. Si tratta del verbale d’ udienza riservato, redatto di proprio pugno dal Cardinale Pacelli il 9 settembre 1938. In quel colloquio privato con il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi, incaricato di riferire il pensiero del Papa direttamente a Benito Mussolini, Pio XI diede voce a un pianto e a una sferzata di altissima dignità: « Ma io mi vergogno! Mi vergogno di essere italiano! E lei, padre, lo dica pure a Mussolini. Io, non come Papa ma come italiano, mi vergogno. Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide. Io parlerò, non avrò paura. Mi preme il concordato, ma più mi preme la coscienza ». Queste parole, oggi custodite nel fondo degli Affari Ecclesiastici Straordinari dell’ Archivio Apostolico Vaticano, rivelano l’ intima coerenza del Papa e l’ assoluta
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