EDITORIALE di Paolo Spinelli( paolo. spinelli @ dbinformation. it)
Immaginate di presentare la Cina a qualcuno che non la conosce; non la Cina di oggi, ma quella di mille anni fa. Primo produttore mondiale di ferro e acciaio. Dominatrice assoluta di seta e porcellana. Inventrice della carta, della stampa, della polvere da sparo. La risposta naturale sarebbe: « Una potenza industriale ». Esatto. Non una novità, una conferma. Perché la storia, quando la si legge tutta intera e non solo l’ ultimo capitolo, racconta questo: attorno al 1820, all’ inizio della Rivoluzione Industriale in Inghilterra, la Cina produceva un terzo del PIL mondiale. Poi arrivò il « secolo delle umiliazioni »— guerre dell’ oppio, trattati capestro, declino— e quella quota precipitò sotto il quattro percento. A Pechino lo chiamano ancora oggi una parentesi. Dolorosa, ma temporanea. La Cina non si è svegliata una mattina con l’ ambizione di diventare una grande potenza. Si è svegliata con la memoria di esserlo già stata. Oggi produce quasi il 30 % del manifatturiero mondiale— più di Usa, Germania e Giappone messi insieme. E nell’ industria della plastica il protagonismo cinese è già un fatto compiuto: primo produttore globale di polimeri, quota crescente nella trasformazione, nell’ imballaggio, nei compound tecnici. Le sue aziende non ci copiano più: brevettano, innovano, esportano tecnologia. Qualcuno lo ha ancora nel cassetto come « notizia in arrivo ». E l’ Europa? Paga l’ energia il 65 % in più rispetto alla media Ocse pre-crisi. Per i trasformatori di materie plastiche, grandi consumatori di elettricità, questo non è un numero da convegno: è il margine che evapora, commessa dopo commessa. Il rapporto Draghi del 2024 ha messo tutto in fila: 270 miliardi di euro l’ anno di gap in R & S rispetto agli USA. Con la Cina, quel gap si chiude, ma è la Cina che corre, non noi. Eppure l’ Europa ha ancora carte da giocare, e l’ Italia alcune tra le più forti: macchine e impianti che non hanno rivali, materiali di alto valore, packaging che coniuga funzione e bellezza come nessun altro sa fare. Competenze stratificate in decenni, in distretti, in famiglie. Non si replicano in un quinquennio, nemmeno con i sussidi statali cinesi. Ma restare fermi ad ammirarle non basta. Serve investire, scegliere, aggregarsi e collaborare. La Cina non è il nemico. È lo specchio. E negli specchi si vede quello che si è, non quello che si vorrebbe essere. La domanda, per noi e per il nostro settore, è semplice e urgente: nel mondo che si sta ridisegnando, sappiamo ancora dove vogliamo stare? Noi pensiamo di sì. Ma lo specchio non aspetta.
Lo specchio non aspetta
LA CINA NON SI
È SVEGLIATA CON L’ AMBIZIONE DI DOMINARE LA MANIFATTURA
MONDIALE, MA CON LA MEMORIA DI
AVERLO GIÀ FATTO.
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