Nuova Finanza 1 | Page 66

INTERNO 1-2016 08/01/16 10.40 Pagina 64 COSTUME & SOCIETÀ “ZABRISKIE POINT” E LA CRITICA di Marco Toti D ella critica dell’universo ideologico-culturale statunitense (prima soggiacente e, successivamente, più esplicita), che è connessa a quel processo di “smitizzazione” operato dalla cultura e dalla cinematografia italiana fin dalla seconda metà degli anni cinquanta, “Zabriskie Point” (M. Antonioni, 1970, compartecipazione Italia-USA) costituirà in un certo senso l’apice. La scena dell’”apocalisse” finale, con la deflagrazione immaginata della villa e degli oggetti-simbolo della “civiltà del benessere”, può essere considerata il limite estremo di una tale critica (qui non più politico-ideologica, ma secondo alcuni persino religiosa in senso lato, “profetica”): la distruzione degli oggetti implica la radicale (impolitica, o “metapolitica”) negazione di un modo di vita che, considerato alienante, ha prodotto, per la prima volta nella storia dell’uomo, quei particolari oggetti, direttamente connessi alla “civiltà dei consumi”. Questa deflagrazione, rappresentata in modo così compiaciuto, costituirebbe la punizione della hybris della civiltà statunitense, che “implode” in quanto ha preferito la concezione utilitaria della vita a quella “ludica”: e nella prima rientra la stessa contestazione giovanile, cui lo stesso protagonista Mark si oppone! Quello di Antonioni sarebbe dunque un giudizio morale, che attinge alla Bibbia, a Marx e a Freud (tradizioni che convergerebbero, in maniera inedita, in Antonioni!). A. Moravia, che considerò il lavoro di Antonioni come “una profezia di tipo biblico in forma di film”, ha affermato che “il punto di forza [del film] è pur sempre la catastrofe finale immaginata da Daria nel momento in cui, come le donne di Lot, si volta indietro a riguardare la villa del suo boss e la vede esplodere, disintegrarsi”. Antonioni recupererebbe quindi un genere estinto, quello della profezia, allontanandosi dalla sociologia e dai moduli narrativi della cinematografia “classica”, ambientando il suo lavoro nel punto di massima depressione degli USA, Zabriskie Point appunto (nella Death Valley californiana), simbolo degli USA come negazione della vita. Anche se, credo, nella critica anche più virulenta e radicale spesso è da intravedere un interesse, una fascinazione, una attrazione profonda, che infatti operano, oltre che nei registi sopra menzionati, anche in intellettuali del periodo non certo, dal punto di vista politico-ideologico, “filoamericani”: si pensi, a questo riguardo, allo stesso Pavese, che apprezzava, soprattutto da un punto di vista letterario, la vitalità “immaginativa” del “nuovo mondo”, di contro alla “decadenza” del continente europeo. Il carattere americano poteva quindi essere inteso sia come negativamente “ignorante” – grossolanamente ignaro delle glorie della civiltà europea - che come positivamente “ingenuo”, quasi “puro” nella sua relativa mancanza di storia: se, quindi, è necessario rilevare una contraddittorietà della società statunitense, che si divide tra un radicato modo di vita “pragmatico”, frutto dell’utilitarismo anglosassone, e una certa “ingenuità infantile” di fondo, che si può facilmente rintracciare in alcune abitudini dell’”americano medio”, altrettanto si deve dire della cultura e della società europea, che si dibatte, almeno fino a un certo periodo della sua storia contemporanea, tra rifiuto politico dell’”americanismo” e attrazione estetica che il “mito americano” esercita su di esse. Nuova Finanza - gennaio, febbraio 2016 - Pag. 64