My first Magazine UFASHON-MAG-Haute-Couture-FW-2017-2018 | страница 38

stesso Dior le cui foto di famiglia o con i suoi amici in vacanza, al mare, nella sua casa parigina e nel suo atelier ci accolgono proprio all’inizio della mostra. Danno tutte quel senso di giusta «umanità» di quest’uomo che fu sempre di una gentilezza squisita, di un’educazione impeccabile, quasi di una modestia inverosimile e soprattutto, d’un universo creativo di una ricchezza estrema. Carmel Snow, famigerata direttrice di Harper’s Bazaar, s’esclamò nel 1947 alla fine della prima sfilata d’alta moda di Monsieur: «Dear Christian, your dresses have such a new look!». Per lì e per sempre fu «New Look» e fu il successo. Quando i sarti all’indomani del conflitto volevano la donna ancora aureolata da una silhouette assai mascolina, i suoi abiti espressero invece una femminilità moderna, trasformata, quella della donna-fiore dalle curve sinuose. Una corolla, un metraggio spropositato di tessuti, una festa alla faccia delle restrizioni ancora in vigore. Non era lui che aveva dichiarato che «dopo la donna, i fiori sono le creazioni più divine»? Abile giardiniere, il tempo di una sfilata, di una sola collezione lo catapultò a personaggio chiave della moda del XX° secolo. E per dieci anni dal 1947 appunto al 1957 quando Dior morì a Montecatini Terme a soli 52 anni per un infarto, la sua idea, la sua volontà, il suo credo era quello di valorizzare la donna e il suo corpo e qualunque esso fosse, doveva essere valorizzato. Sublimato. Ecco allora le sue opere: Junon dagli enormi petali grigi in tulle ricamati di paillettes, l’Opéra Bouffe come fosse una rosa scarlatta sbocciata in faglia di seta, il Moderato Cantabile dai nastri come fossero corolle. La sua visione dell’eleganza si manifestava attraverso non solo una generosità di sete, taffetà, tulle ma anche di ornamenti, di accessori e di forme inedite. Voleva offrire alle sue clienti, alle donne in generale un futuro ottimista, un futuro ricco. Se non di denaro, almeno di sogni. Gli abiti nella mostra interagiscono con le fotografie dei grandi che le immortalarono: a volte si sovrappongono le une agli altri in giochi intelligenti e innovativi, altre volte si completano a vicenda, altre ancora si illustrano. Man Ray, Henri Cartier-Bresson, Brassaï sono solo alcuni dei grandi che firmarono le istantanee di casa Dior. Ma non è tutto. No, perché Christian Dior, couturier de rêve non finisce con l’uscita di scena di Monsieur. Viene raccontata infatti anche la sua eredità, il suo soffio vitale, il suo ideale femminile raccolti e trasmessi dai suoi sei eredi. Ciascuno con la propria sensibilità ha saputo elaborare una grammatica stilistica fedele allo slancio iniziale: ognuno ha contribuito a definire l’identità di Christian Dior nella sua relazione propria con il tempo, con la contemporaneità. Ecco al giovanissimo Yves Saint Laurent succedere il razionalismo di Marc Bohan; all’arrivo poi dell’inventiva scintillante di Gianfranco Ferrè si contrappose a gran fracasso il «punk» John Galliano col suo mondo così teatrale al quale, in totale rottura, subentrò il minimalista Raf Simons il quale, infine, lasciò le redini della direzione artistica alla prima donna della serie, Maria Grazia Chiuri, e alla sua «Girl Power». Di ognuno di questi epigoni o seguaci che dir si voglia la mostra espone una quindicina di abiti, un video, un’intervista. Ed infine voilà il bouquet finale, il fuoco d’artificio del «gran ballo» sotto alla navata centrale del museo parata a festa. Qui i tempi, i temi, le ispirazioni sono mischiati per dare vita a un tripudio di charme e di eleganza. Qui sono riuniti alcuni abiti portati da Lady Diana, Liz Taylor e Grace di Monaco, da Ava Gardner e Jackie Kennedy, da Sophia Loren e Natalie Portman. Che spettacolo. Che batticuore. Un solo consiglio prima di intraprendere questo viaggio nel mondo della bellezza senza nome e senza aggettivi: è doveroso, anzi vitale munirsi di un ventaglio. Non è solo l’emozione che fa salire la temperatura corporea, è il caldo, un’afa tropicale che impera nelle sale e che liquefa, letteralmente, chiunque vi si addentri. Ma, Dio mio, come è dolce morire così. Francesco Rapazzini DIOR