mente offeso dalla vita e quindi con la voglia di recare offesa a tutto il resto della vita. In un altro momento lo avremmo chiamato il « proletario senza coscienza di classe », e in altri contesti – magari quelli sindacali, magari quelli di un quartiere coeso, magari quelli di una formazione politica – avrebbe potuto avere gli strumenti per leggere la sua condizione esistenziale e le vie di uscita. Oggi, invece, non ha più questi strumenti e la sola via di fuga che intravede è sfogare il suo livore sulla persona più debole. E poi tutti gli altri: in silenzio, senz’ alcuna reazione.
Io voglio credere ancora, perché altrimenti non farei politica, non frequenterei Animazione Sociale, voglio credere ancora che il resto di quei viaggiatori fosse solo annichilito dalla brutalità dell’ atto e quindi non fosse indifferente se non addirittura complice. Però il fatto che sia stato senza parole, questa è la tragedia del nostro tempo.
Bisogna riportare i diritti a consapevolezza di chi li ha ereditati e non sa quanto sia costato guadagnarli. Questo è il passaggio preliminare da fare oggi con le nuove generazioni.
Paolo Di Paolo
Per poter parlare ancora di diritti, c’ è un passaggio preliminare da fare. Bisogna riportarli a consapevolezza di chi li ha ereditati e non sa quanto sia costato guadagnarli. Il fatto che un ragazzo oggi acquisisca il diritto sociale per privilegio di nascita, questo non lo esime dal difenderlo. E soprattutto dal difenderlo per chi non ne ha piena coscienza o non ne dispone.
Su un piano di militanza pratica mi pare che la lezione di uno scrittore come Albert Camus sia quanto mai attuale. Nel 1947 scrive La peste, ricorrendo a quest’ allegoria per parlare forse del nazismo, forse di qualunque male sociale. Credo sia inutile fissarsi sul decriptare l’ allegoria, ci sarà sempre una parte appestata della società, se non addirittura una maggioranza. Quello che Camus intende dimostrare è che, attraverso la cooperazione del dottor Rieux e di altri personaggi, la peste si può debellare.
Una cooperazione che non ha nulla di eroico, è bene dirlo. Camus si scherma continuamente dalla retorica dell’ eroismo. L’ eroismo è un a posteriori della storia: dopo che il sacrificio si è compiuto noi individuiamo o contempliamo l’ eroe. Ma nel momento in cui si interviene, il gesto è minuto, è pratico. Sull’ autobus quel gesto è mancato, ma se qualcuno avesse detto o fatto qualcosa, lì per lì quel gesto non avrebbe avuto niente di eroico.
Oggi possiamo leggere il romanzo di Camus come un manuale d’ istruzioni contro il disincanto, che è una delle malattie oggi più devastanti. È questa la vera peste: una peste di alzata di spalle, una morale al rovescio che ti fa dire « ma veramente credi di poter cambiare le cose?». Come se già in questa domanda fosse disinnescata la possibilità di cambiarle. Magari non le cambieremo, perché Camus dice che la peste non si sconfigge mai per sempre. Ma questo non toglie il senso alla lotta, non toglie il senso alla partecipazione.
Ecco perché ritengo illuminante la sua lezione, come quella di chiunque suppone che il mio piccolo gesto sia necessario. « Niente è inutile », questa espressione che sempre Camus usa, è una delle frasi che più mi hanno educato da lettore e da persona.
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