pervaso dalla nostalgia struggente, passava le giornate bevendo nel tormento del ricordo della tragedia che aveva vissuto cercando di dimenticare, di dimenticarsi. Si era accorto nel tempo di come quel signore lo guardasse, aveva ricambiato spesso lo sguardo a volte accennando un forzato sorriso. Il loro rapporto era proseguito così, come una tacita conoscenza fino a che un giorno l’ uomo si era avvicinato mettendogli davanti un bicchiere di pregiato vino provenzale. C’ era un vociare che riempiva il locale di parole francesi, inglesi, spagnole … Marinai ubriachi, clochards e nobili si mischiavano nei fumi della locanda dove nessuno rendeva conto a nessuno e ognuno annegava nell’ alcool, perdendosi negli interni segreti. L’ aria era greve e l’ atmosfera cupa, le pareti scalcinate rendevano però l’ ambiente più familiare, più caldo e meno sterile dei cafés frequentati dall’ alta borgesia. L’ oste aveva un nome impronunciabile, dei fini baffi arricciati e un grosso doppiomento sudato. Serviva i suoi clienti senza nemmeno alzare lo sguardo e relegava a due colossi turchi chiunque alzasse troppo il gomito o fosse in vena di crear fastidi. Nella bettola si poteva trovare di tutto, dai vini più costosi alle bevande imbevibili servite in bicchieri sporchi agli ubriaconi del quartiere. I due uomini rimasero seduti accanto, bevvero senza dirsi niente, continuarono a sorseggiare, concedendosi solo qualche sguardo e qualche cenno. Lo stesso avvenne nei giorni seguenti; ogni volta che
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