A sinistra: Édouard Nardon, gesso, pigmenti acrilici, 2025; sotto: Édouard Nardon, gesso, pigmenti acrilici, 198x174 cm, 2024; Édouard Nardon, gesso, pigmenti acrilici, 201x174 cm, 2024.
Gianbattista Bonazzoli bonazzoli99 @ gmail. com cell 328 3465570
É
douard Nardon, nato a Bordeaux nel 1978, vive e lavora tra New York e Los Angeles. Al primo sguardo, le sue opere lasciano interdetti. Il volo di colombe, la gentilezza dei fiori, i colori caldi dei gialli e dei rossi. Poi arrivano allo stomaco i neri che si intromettono e sconquassano l’ opera lasciando le prime impressioni fuori dalla porta, quindi bisogna azzerare e ripartire, cercando di capire. Possono sembrare soltanto degli esercizi di astrazione, i quadri, che partono da precise composizioni figurative basate su fissazioni personali. Numerosi piccoli schizzi su carta precedono il lavoro su tele non preparate, pinzate sulle pareti rivolte ad ovest del suo nuovo studio a Los Angeles. I dipinti cominciano a rivelarsi quando Nardon delinea e compone i gesti ripetuti sulla bozza prescelta, utilizzando materiali come polvere di marmo, gesso e pigmenti grezzi. Quindi riduce o arricchisce l’ opera tramite un grado di separazione inconsapevole, liberando se stesso dal significato originario e letterale. Ad un certo punto gli accumuli iniziano a prendere forma entro le proprie dimensioni simboliche, mentre l’ artista comincia l’ elaborazione. Ogni strato, apparentemente eterogeneo, si mantiene a distanza dal successivo, relazionandosi talvolta in conflitto, talaltra in armonia. I gesti pittorici effettuati tra ogni strato sono costituiti da pennellate contrastanti: inizialmente ampi e larghi, infine coperti con segni meticolosi. In aggiunta ai dettagli in termini di composizione, le opere di Nardon considerano, anche a livello concettuale, gli elementi con le quali sono realizzate. La sua gamma di colori incarna le tappe fondamentali dell’ antichissima ricerca alchemica del Magnum Opus, consistendo in tinte come Nigredo( nero), Albedi( bianco), Citrinitas( giallo), Rubedo( rosso) e Cauda Pavonis( blu coda di pavone). I riferimenti impliciti nella sua tavolozza compongono e si combinano con le memorie dell’ infanzia dell’ artista, creando soggettività e temi in un modo collegato con le tecniche meaning-making dei Neo-impressionisti. I ricordi specifici sono citati indirettamente, con accenni alle sue prime avventure nei quartieri della sua giovinezza e ai profumi delle locuste – dai cenni alla solitudine e al confino fino al richiamo distante dell’ orizzonte Atlantico. Queste memorie si manifestano nei suoi dipinti come fantasmi, spiriti e figure senza volto che si materializzano tramite gesti pittorici voluti e non, con linee controllate e momenti in cui la parte irrazionale prende il sopravvento e mostra all’ artista una via che sino a quel momento non aveva preso in considerazione. C’ è un tema ricorrente all’ idea dell’ origine a partire da una sintesi, da un incontro costante, da un allenamento intenso: un feroce combattimento tra il libero arbitrio e la scoperta, tra l’ ordinario e l’ assurdo. Ogni opera, seppur strutturata in diversi strati, contiene un solo soggetto, creando una consistenza tra la collezione che prefigura la formula misteriosa di Nardon. La pietra filosofale come ricerca spasmodica fatta di tentativi costanti, alcuni ben riusciti, altri fallimentari e quindi distrutti. Per Nardon le fondamenta, risolute nella loro chiarezza, permettono ostinatamente l’ ingresso di una presenza invisibile, spettrale, pittorica o di ricordo, per stabilire una connessione e trascinarci nella sintesi diegetica idiosincratica propria dell’ artista.