100% Fitness Mag - Anno III Dicembre 2009 | страница 88

lifestyle Monet, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Munch, e... “godete” con loro). Un’opera d’arte nasce dalla combinazione di ciò che l’artista esperisce “visivamente” e da come interpreta quanto gli viene comunicato dal mondo esterno. Sia l’acquisizione dell’informazione visiva, sia la sua elaborazione interiore possono essere alterate da cause patologiche. È un messaggio che non sempre siamo in grado di recepire e di decifrare, ma che ci fa intuire l’esistenza di mondi lontani, a volte preclusi alla nostra ragione. Messaggi, mondi, che l’Associazione I TANTAVOGLIADIVIVERE, hanno cercato di farci conoscere nella rassegna artistica «DiversabilArte». Le opere figurative degli artisti, dense e squillanti, traboccano di nostalgia, di una violenza ancestrale, di paura e di eccitazione, di dettagli ugualmente minuziosi nelle scene rappresenta te, attinti dalla profondità di un’incredibile memoria visiva, e da una immaginazione ancora più prodigiosa. Accostarsi ad un opera d’arte, guardarla, percepirla, comprenderla e apprezzarla, implica il coinvolgimento di molte strutture cerebrali e l’attivazione di meccanismi ben specifici, Questo si riferisce non solo al momento creativo che coinvolge l’artista per realizzare la sua opera ma anche all’emozione provata da chi gusta il dipinto. Gli stimoli visivi, reali o evocati dalla memoria, che hanno eccitato il sistema nervoso dell’artista al momento della creazione dell’opera d’arte, trasformati dalla sua mano in colori e forme, stimoleranno il sistema nervoso di chi l’osserva. Sforzandomi di tradurre in parole il pathos provato alla vista dei loro lavori, attingendo dal libro di canti: «É bello lodarti Signore» (ed. Eidos), in compagnia di un grande “amico”, un maestro insuperabile del “vagabondare”: Hermann Hesse, cercherò di descrivere un mondo alla maggior parte di Voi sconosciuto: il «Popolo delle Sedie a Rotelle». Accettando l’invito di Paolo e Vincenzo non rimpiango assolutamente quel mezzo pomeriggio trascorso al Chiostro di san Francesco vagando trasognato. Della vista di tante città, di opere d’arte famose, di chiese e cattedrali ho conservato solo un vago ricordo, le ore trascorse nel Chiostro, invece, spero di non dimenticarle mai. All’inizio, forse influenzato da quella sedia che mi tendeva le mani e dal viso androgino della Kalò, ero certo di visitare la «Quinta del Sordo» (la Casa del Sordo) di Goya e le sue «pinturas negras» (pitture nere), mi avrebbero accolto sinistramente. Mi apprestavo malinconicamente a vedere quadri di gente alle quali, più volte, viene negato lo status di cittadino e/o peggio, di PERSONA! Cosa potevo aspettarmi? Opere di persone sole che gridano la loro solitudine. La notte, «l’oscurità, rimuove l’abituale sensazione di una vita comunitaria; quando non brilla la luce, né si ode più voce umana, chi ancora veglia prova un senso di solitudine, e si vede isolato e affidato a se stesso. Quel tremendo sentimento umano di essere ineluttabilmente soli, di vivere soli e di dover da soli assaporare e sopportare il dolore, la paura e la morte, echeggia allora sommessamente in ogni pensiero, ombra e monito per chi è giovane e sano, e motivo di terrore per chi è debole». Ma, appena entrato, mi accoglie il silenzio e l’armonia del luo- 88 | 100% Fitness Magazine go. E mi ricordo che, da un po’, è sempre l’Umano che vado cercando dappertutto, è dell’Umano che ho sete. «Solo partendo da ciò, dal sentimento della fratellanza e della intima conoscenza, lo straniero, l’handicappato, il “diverso”, acquistano, così come l’unione dei paesi e dei popoli, la loro più profonda e affascinante bellezza». Pacato, o meglio, pacificato con me stesso e quanto aveva affollato la mia mente, inizio a sussurrare un canto domenicale: «Grazie alla vita che m’ha dato tanto: m’ha dato due stelle che, quando le apro, io vedo e distinguo il nero dal bianco... e in mezzo alla folla l’uomo che amo». Mi immergo in quel liquido amniotico fatto di colori, visioni fantastiche, e con ruote di ogni foggia dipinte mi costruisco il carro di Apollo, di Elia, per elevarmi dalle umane brutture. Era tale il mio stare bene che mi ritrovai a contemplare felice le evoluzioni di alcune lucertole che vivono fra gli anfratti dell’avito convento. A dire il vero non ero andato lì per giocare con le lucertole, ma dovevo respingerle ai miei occhi se, in un’ora lieta e innocente, me le trovavo davanti? Non era altro che il protrarsi del piacere provato davanti alle opere guardate con tanta gioia dandomi la sensazione di vivere quel tempo in compagnia di nuvole, alberi, bambini e animali. Mi è permesso dire che, durante quegli attimi di svago, di tanto in tanto avevo coscienza di gustare il mio stare a Sorrento ben più di tutti quei turisti a cinque stelle armati di diavolerie elettroniche e biglietti di bus e treni? Nel mio animo si rispecchiava, in modo ricco e felice, tutto quel mondo lieto e colorato che gli artisti avevano descritto. Ricordi, presagi e speranze si fondevano per me, in un magico caleidoscopio, armoniosamente, con la bellezza del mondo ed una brezza leggera mi carezzava le gote, e, prestando attenzione, un dolce canto giungeva a me: «Ali libere, di volare in alto, di toccare il cielo, non mi fermerò di cercare in alto, dove c’è il sereno. Jonathan sarà il tuo nome, pura libertà». Era un canto di “chiesa”, di quelli che si cantano ai Campi Scuola, e perché tornava al mio «Io»? Andare verso l’altro, dovrebbe sempre significare fare nuove esperienze, ed esperienze preziose si possono fare solo in luoghi, e contesti, ai quali si è spiritualmente legati. Quanto volte, tempo fa, io, come milioni di persone, osservavo uomini e città straniere, il “diverso” solo come per curiosità, ho solo lanciato sguardi come in uno zoo, un circo, dove tutto appare interessante, ma del quale in fondo assai poco mi interessava. Solo dopo aver abbandonato «l’uomo vecchio», come direbbe san Paolo, grazie ad amici come Gigi Salvi e tanti altri, ho imparato ad ascoltare la voce di chi non ha voce. Tutti gli artisti lì riuniti, seppur lontani, sconosciuti, hanno parlato con me. E... allora Vi dico, almeno una volta, parlate con un “diverso”. Forse inizierete parlando di inezie, ma avrete parlato come un essere umano ad un altro essere umano, a tentoni, una domanda dopo l’altra, desiderando di imparare a capire un po’ questa gente a Voi “estranea”, di conquistare un pezzo del loro essere e della loro esistenza e portarvelo via, con Voi. E..., chi sa, forse inizieremo meglio un altro anno, un’ altra Era... Buon Natale. Ad maiora!