100% Fitness Mag - Anno III Agosto/Settembre 2009 | Page 32
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alute & Benessere
PSICOLOGIA
di Giuliana Apreda
Psicologa - Psicoterapeuta della Famiglia
La “velaterapia”
con pazienti affetti da gravi patologie organiche.
S
econdo la Società Italiana di Psicologia
mare e vento combattono lo stress, la depressione e le ansie legate alla vita di tutti
i giorni al punto che andare in barca è
diventata una vera e propria cura chiamata ‘velaterapia’. Si
mettono infatti in atto dinamiche particolari perché si è
“costretti”, in un certo senso, a muoversi in uno stesso ambiente e uno spazio ristretto e a collaborare dando ascolto
ad un leader. E non esistono fannulloni, come recita un famoso presupposto velista. La velaterapia nasce da una esperienza svedese conclusasi con sorprendente successo legata
a un progetto di recupero di ragazzi considerati difficili e
socialmente non inseriti. E ultimamente si sente sempre di
più parlare di velaterapia in progetti aziendali legati al cosiddetto “team building”, cioè progetti utili per migliorare
le dinamiche aziendali all’interno dei gruppi.
Funziona davvero? Quali sono i suoi punti di forza? Possono partecipare tutti?
Da circa trent’anni in Europa si pensa alla vela non solo
come un’attività di svago e divertimento, ma anche come
un supporto terapeutico, da inserire in progetti riabilitativi
con spunti socializzanti, in gruppi di persone con diversi bisogni che vanno dalla riabilitazione fisica a quella psichica
e sociale. A questo si aggiunge l’inserimento dell’esperienza
velica anche nei gruppi di lavoro, in quello che viene chiamato team-building. In Italia la velaterapia risale ad una
quindicina di anni fa e ad oggi sempre più associazioni veliche la propongono tra le loro iniziative. Su di una barca
a vela le dinamiche di gruppo si amplificano, si ricrea una
società in miniatura che ripropone le relazioni quotidiane
con la massima intensità. L’avventura evocata dall’andar
per mare si mescola alla responsabilità di ogni membro
dell’equipaggio verso l’altro, al mettere in sicurezza se stessi
e gli altri, a restare nel proprio ruolo e rispettare i ruoli altrui, allo stare a regole precise e sottostare agli ordini di un
‘comandante’. Nello specifico in questo caso nell’equipaggio
è presente anche uno psicoterapeuta che inserisce, in un
setting inusuale, la sua competenza professionale.
E’ inoltre un’esperienza che porta ad un consolidamento
del sé e ad un miglioramento della propria consapevolezza
corporea. Proprio per questo il metodo viene utilizzato in
gruppi di ragazzi spesso definiti ‘difficili’ o su pazienti psichiatrici. Per le sue implicazioni fisiche è anche utilizzata
per persone con varie disabilità organiche (ad esempio pazienti oncologici)
Per funzionare è implicito che bisogna amare il mare, decidere di andare a vela potrebbe diventare un incubo per chi
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soff re di ‘mal di mare’ o per chi viene intimorito dalla vastità dello specchio d’acqua sottostante la barca o dalla forza
con cui naturalmente si muovono vento ed acqua”.
Ecco alcuni degli effetti terapeutici:
- il cambiamento di stato: nuovo ambiente con nuovi stimoli sensoriali;
- la riabilitazione: conoscenza del proprio corpo, sviluppo
dell’equilibrio, eseguendo movimenti e gesti non usuali ci
si confronta e misura nella ricerca di “nuove abilità”;
- la sensazione di indipendenza e autonomia data dal
fare quello che fa una persona “normo dotata”, come ad
esempio la possibilità di timonare, una grossa imbarcazione con il minimo sforzo;
- la dinamica di gruppo: convivenza in spazi contenuti,
confronto con caratteri, stili e abitudini diversi, cooperazione, responsabilizzazione, socializzazione.
Sulla barca ognuno ha un ruolo che deve permettere a tutti
di realizzare lo scopo comune. Nessuno è passivo, proprio
per la globalità dell’esperienza, sia fisica (equilibrio, movimenti) che sensoriale, e di relazione. Ai partecipanti si dà la
possibilità di imparare a governare una barca nelle diverse
condizioni meteorologiche (chi alle manovre, chi al timone). Lo scopo ultimo è lo sviluppo, psicologico e sociale, che
può tradursi in un incremento della propria autostima, in
un’apertura verso gli altri senza pregiudizi, nell’aver imparato a prendere decisioni in momenti critici, nel mettersi in
gioco, sapendo di aver un ruolo riconosciuto.
Durante la navigazione, l’unica cosa sulla quale ci si deve
concentrare è la regolazione delle vele: ciò consente al
cervello di estraniarsi completamente da tutto il resto. Sta
proprio in questo passaggio la forza terapeutica della vela a
bordo siamo tutti indistintamente uguali, si condividono le
stesse emozioni e gli stessi spazi, si diventa equipaggio, che
è un legame più forte di quello rappresentato dalla squadra.
Nell’ambito dell’oncologia ha funzionato molto bene il
progetto Itaca che vede coinvolti i reparti oncologici ed
ematologici dell’Ospedale Civile di Brescia,
ll programma è rivolto agli ex pazienti, prevede un primo
approccio allo sport velico, sucessivamente una serie di 6
regatine fino a settembre. Per ora “Itaca” è riservato agli
adulti, ma viste alcune sperimentazioni già in atto non si
esclude di allargarlo ai giovanissimi. Magari a quei 300
ragazzi ancora ricoverati all’Ospedale di Kiev, vittime del
dramma di Cernobyl. L’iniziativa è supportata dai Comuni
di Desenzano e Gargnano.