S
alute & Benessere
comunità cristiana di Corinto. «Carità», dietro questa piccola parola c’è
l’impegno che noi siamo chiamati
a vivere in ogni momento, in ogni
istante della nostra vita. Carità è saper andare incontro a chi è solo, accogliere, costruire dei ponti con lui,
poiché è a questo unicamente che
siamo chiamati. Ma non sempre chi
sta male, chi ha subito un’ingiustizia, chi è a vario titolo povero, chi è
guardato con ribrezzo, chi si ritrova
appiccicato l’etichetta di “sfigato”, è
anche contemporaneamente simpatico e gentile.
Anzi, al di là di una certa immagine molto romantica dei poveri,
questi sono quasi sempre in realtà brutti e sporchi, e qualche volta
puzzolenti. Di solito arrabbiati con
la vita, ce l’hanno con tutti, e in particolare con chi considerano più fortunato di loro. I “brutti” hanno una
faccia poco raccomandabile: tutti i
povericristi che languono ai bordi
delle nostre strade hanno una faccia poco raccomandabile! Anche nel
senso che nessuno è disposto a “raccomandarli”, ad impegnare il proprio nome e il proprio onore per uno
di loro. Vuoi mai che ti scoprano a
frequentare “cattive compagnie” (ma
badate bene che lo dicevano anche
di un certo Gesù di Nazareth).
Dal libro biblico di Giobbe,
passando per il Golgota, viene riaffermata non la dignità della sofferenza (che anzi va combattuta
in tutti i modi possibili, ciascuno
assumendosi le proprie responsabilità), ma quella di chi soff re. E il
diritto sacrosanto per lui di urlare,
di arrabbiarsi direttamente col Padreterno, di imprecarne l’assenza o,
comunque, il silenzio, la mancanza
di senso. Un povero diavolo ha tutto
il diritto di non accontentarsi della
sua situazione, né di farsene passivamente una ragione. E noi, poi,
non abbiamo il diritto, dall’alto della
nostra situazione di tranquillità, di
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sermoneggiare o pontificare, spargendo sentenze e buoni consigli, su
di lui e sulla sua vicenda. Né, tanto
meno, di giudicare. Ma la carità per
non essere vana, inutile, deve sapersi
coniugare con la giustizia, e qui nascono i malintesi.
Carità e giustizia sono considerate, tradizionalmente, due principi
opposti. L’esercizio dell’una escluderebbe l’altra: questo ha sostenuto il
pensiero economico-politico-sociale
fino al secolo scorso. O il vivere civile si regge sul criterio della giustizia, acquistando una fisionomia ben
precisa, o è governato dal principio
della carità, e allora assume connotati nettamente antitetici a quelli del
modello precedente. Non ci sembra
che questo assioma dai caratteri imperiosi sia così
incontestabile: giustizia e carità,
invece di venire semplicemente contrapposti, possono essere complementari. E’ questa la tesi del teologo
padre George Cottier. «L’alternativa tra carità e giustizia è un falso
dilemma. In realtà, non si tratta di
opporre carità e giustizia, e neanche
di confondere i due campi, ma di vedere come si articolano». La carità è
la virtù cristiana per eccellenza, una
virtù teologale che ha per soggetto
Dio e per oggetto il prossimo. Più
articolata è invece la questione della giustizia, che in senso cristiano
è definita una “virtù cardinale, cioè
fondamentale”, mentre nell’accezione laica può acquistare diverse
sfumature di significato. C’è, infatti,
la giustizia commutativa, in cui centrale è lo scambio tra eguali; la giustizia legale, che riguarda l’individuo
in quanto membro della società; e la
giustizia distributiva, che chiama in
causa il modo in cui la società si rapporta ai singoli cittadini.
Il problema, secondo Cottier, è
stabilire quale tipo di giustizia debba
prevalere sugli altri: «Mentre l’ideo-
logia liberale tendeva a ridurre tutti
i rapporti alla giustizia commutativa,
nelle encicliche sociali della Chiesa
si parla di “giustizia sociale” che
comprende la giustizia legale e quella distributiva, riassumendo in sé sia
i rapporti tra gli individui che quelli
tra individuo e società». Fra carità e
giustizia la carità è fondamentale,
perché va direttamente alla persona.
Anche la giustizia arriva alla persona, ma vi arriva attraverso la mediazi ۙH[H